Questo libro è un viaggio nell’ontologia della donna, un viaggio sull’immenso mare della sua identità. Ci si muove tra scogli pericolosi e isole tranquille, tra tempeste e bagliori di sole, da ferite che si credevano irreversibili a vie regali dove uomini e donne navigano finalmente insieme, e per il loro bene comune.

Vediamo di che cosa si tratta.

Ecofemminismo: fermare lo sfruttamento del vivente

Bisogna anzitutto dire che l’ecofemminismo attraversa queste pagine, e Françoise d’Eaubonne non è mai lontana. Si vede come il modo d’essere al mondo delle donne implichi una forma di rispetto e di conoscenza del vivente: la sua vulnerabilità, le condizioni del suo sviluppo, la sua bellezza. L’ecofemminismo ci invita infatti a rinunciare al progetto di controllo e di sfruttamento della natura espresso da Francis Bacon nel XVII secolo, all’alba delle scienze moderne: «La Natura è una donna pubblica: bisogna dominarla, incatenarla ai nostri desideri e penetrare i suoi segreti». Dietro questo fantasma di violazione si cela un profondo desiderio di sfruttamento del vivente, di cui oggi paghiamo le conseguenze: è ciò che il libro mette in luce.

Ecofemminismo: una metafisica

Ma ciò che qui interessa — e che l’ecofemminismo non sa ancora — è che esso ama la metafisica. Perché?

Essere, è essere nel mondo attraverso il corpo che io sono, come mostra Maurice Merleau-Ponty. Nel corpo della donna è inscritta, evidentemente, la capacità di generare. Tuttavia, qui non si trova alcun confinamento moralistico che rinvii le donne a ruoli sociali limitanti: non si tratta tanto di una capacità biologica quanto di una capacità esistenziale, psichica, simbolica e spirituale. È esattamente ciò che mostra Platone nel Simposio con la figura immortale di Diotima: il vero pensiero è quello che partorisce la verità in noi, accettando di essere “in travaglio”, qualunque sia il rischio e nonostante la paura dell’ignoto.

Lo si vede anche nella Genesi, con la figura di Eva — a condizione di riconoscerla finalmente come ezer k’negdo (come mostra Carol Gilligan in Una voce umana 1): colei che aiuta Adamo andando là dove l’aner non può andare, affinché maschile e femminile si congiungano e siano insieme a immagine di Dio. Così Diotima ed Eva possono essere comprese come grandi icone femministe.

Il pensiero patriarcale ha rinchiuso le donne in una sorta di ontologia ridotta, limitandole al loro “destino” biologico e impedendo lo sviluppo delle loro capacità profonde di pensare, filosofare, agire e creare in modo specifico, diverso da quello degli uomini.

Uscire dal femminismo dei “semi-abili” e dalla dark anthropology

Uscire da questo confinamento mentale per dire altro: è ciò a cui invita Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, evocando alla fine del suo saggio la potenza creatrice femminile: «il giorno in cui le donne usciranno da queste stanze dove sono rimaste sedute così a lungo…». Simone Weil e Hannah Arendt ne sono l’illustrazione perfetta, analizzando il mondo contemporaneo, il potere politico e i valori in modo nuovo, originale, magistrale — e ormai imprescindibile.

Il libro mira a superare il “femminismo dei semi-abili”, nel senso pascaliano: coloro che decostruiscono le apparenze ma si inebriano di tale decostruzione, fino a imporre nuovi dogmi. È ciò che il sociologo Philippe Chanial chiama “dark anthropology”, in Nos généreuses réciprocités, dove invita a rendere giustizia «all’essenza luminosa del sociale». Le donne vi svolgono un ruolo centrale, essendo al cuore del legame attraverso una scienza della vulnerabilità e della relazione che è ontologicamente propria.

Dalla dualità alla duellità

Questa decostruzione degli schemi patriarcali non ha valore se non consente di uscire dagli stereotipi senza sostituire ai vecchi pregiudizi dei nuovi. Uscire da questa sterile logica degli opposti significa seguire Simone Weil, che ne La pesanteur et la grâce afferma: «il contrario di un male non è mai un bene, ma un altro male». Il bene consisterebbe piuttosto nel giungere a un femminismo luminoso, un femminismo di affermazione che riguarda uomini e donne insieme, in un elogio della complementarità reale ancora da costruire.

Il primatologo Frans de Waal, opponendosi con vivacità all’idea di Judith Butler secondo cui il genere sarebbe riducibile a costruzione sociale, mostra nel suo libro Differenti: Il genere visto da un primatologo 2 come le traiettorie dei sessi differiscano e si intreccino. Il corpo implica un modo specifico di essere e di agire, che qui viene approfondito come realtà metafisica, fedele al pensiero di Aristotele: l’essere-donna e l’essere-uomo sono non solo costruiti, ma anche dati, e spetta a noi decifrarli e attualizzarli liberamente.

Femminismo: dal metafisico allo spirituale

Infine, una dimensione costante del libro è il richiamo al movimento “Donna, Vita, Libertà”, la cui portata è profondamente filosofica. L’ultimo capitolo sviluppa a lungo la nozione di Aletheia in Martin Heidegger, mettendola in relazione con il dramma delle donne iraniane. Il male rappresentato dai fondamentalisti e dagli ayatollah, così come quello dei movimenti maschilisti e di tutti coloro che esercitano violenza contro le donne, non le colpisce a caso, ma prende di mira ciò che, nell’essere umano, è più intimamente legato alla libertà sacra della vita e all’interiorità che conduce al divino.

Note

  1. Carol Gilligan, Una voce umana: L’etica della cura rivisitata, Climats, 2024[]
  2. Frans de Waal, Différents: Le genre vu par un primatologue, Les Liens qui Libèrent, 2023[]