Marie Leborgne Lucas, Un corps pour deux, Petite philosophie de la grossesse. Pour un féminisme incarné, Desclée de Brouwer, 2025 (“Un corpo per due, Piccola filosofia della gravidanza. Per un femminismo incarnato”)
L’esperienza fisica concreta della maternità (“un corpo per due”) consente di relegare al loro giusto posto le questioni filosofiche sul genere, di parlare del corpo femminile senza connotazioni di genere e di pensare a questo luogo di origine di tutti, attraverso la gravidanza, come a un “essere-con” che precede e rende possibile l’essere separato che nascerà. Rendendone conto sociologicamente e filosoficamente, la filosofa – donna e madre di tre figli – sfiora questa metafisica della relazione, complemento necessario alla sempiterna metafisica dell’essere, e le conseguenze in termini etici sono fondamentali.
L’esperienza fisica concreta della maternità (“un corpo per due”) consente di relegare al loro giusto posto le questioni filosofiche sul genere, di parlare del corpo femminile senza connotazioni di genere e di pensare a questo luogo di origine di tutti, attraverso la gravidanza, come a un “essere-con” che precede e rende possibile l’essere separato che nascerà.
Un corpo per due è il libro della filosofa fenomenologa – «femminista e madre di tre figli» – Marie Leborgne Lucas1, che riporta al centro del pensiero filosofico quella differenza di genere che altri hanno cercato di cancellare, ma senza tenere conto della realtà “dimenticata” della gravidanza.
Il fatto di essere tutti «nati da una donna» – e la cicatrice ombelicale ne è il segno indelebile – non può non essere integrato in una Metafisica del sesso2, cosa che, grazie a Marie Leborgne Lucas, possiamo fare indirettamente, rendendo conto del suo lavoro.
Naturalmente, l’approccio filosofico non manca di fare riferimento a una lunga lista di altri pensatori (Nicholas Smith, Camille Froidevaux-Metterie, Luce Irigaray, Adrienne Rich, Elisabeth Spelman, Florentien Verhage, Iris Marion Young, Barara Katz Rothman, Sylviane Agacinski, Antoinette Fouque, Laurence Aubrun, Carol Stabile, Élisabeth Badinter, Yvonne Knibiehler, Talia Welsh, Yvonne Verdier, Michelle Harrison, Emily Martin, Gaëlle Baldassari, Matilde Blézat, Julia Kristeva, Carla Canullo, Imogen Tyler, Claudia Serban, Françoise Cailleau, Frances Gray, Eva Maria Simms…)3, curiosamente per lo più provenienti dal mondo anglosassone e ancora poco tradotti nel paese di Voltaire. Questo saggio emerge quindi in un mondo di pensiero quasi vergine sulla questione. Il fatto è che la gravidanza (delle donne!) è stata occultata, cancellata, un vero e proprio “matricidio”! Oppure è riconosciuta solo come “preda della specie” (Simonne de Beauvoir), una riduzione all’animalità, o addirittura un puro ‘contenitore’, ignorando le interazioni tra madre e figlio e “giustificando” in fine la maternità surrogata.
Da un punto di vista scientifico, alcuni autori sostengono che la donna perda parte della sua mente durante la gravidanza (Pete Moore), fortunatamente smentiti da altri (Elseline Hoekzema, Jodi Pawluski, Fiona Elmaleh, Clare McCormack). Culturalmente, il ventre gonfio è nel migliore dei casi un portafortuna che va toccato, il più delle volte senza permesso, poiché, nella mente delle persone, è indipendente dalla persona che lo porta – questo ventre non è pubblico (cfr. la preda della specie).
Questa concezione di coloro che non sono mai altro che “madri portatrici” – esse non fanno altro che “aspettare” un bambino, si dice in molte lingue – risale alla notte dei tempi delle nostre società, come si legge esplicitamente in Eschilo o Aristotele – anche se la critica anacronistica al sessismo può sembrare discutibile – e si è perpetuata fino ai giorni nostri. Il fatto è che la scoperta dell’ovulo è effettivamente molto recente (Oscar Hertwig, 1876) – e quindi anche dei rispettivi contributi dell’uomo e della donna alla generazione. Oggi sappiamo che l’ovulo attira chimicamente lo spermatozoo, una breccia nel romanzo epico (e di genere) della valorosa lotta per la vita di quest’ultimo!
Filosoficamente, per iniziare a pensare al “mostro” della gravidanza, è necessario abbandonare i concetti tipicamente occidentali di monade separata. Qui possiamo fare riferimento a Maurice Merleau-Ponty (1908-1961), secondo il quale “l’uomo è un tutt’uno con il suo corpo, non è separato dal mondo e si trova immerso nell’alterità”.
È banale dirlo, ma le mestruazioni sono il ricordo perpetuo della propria potenziale fecondità, ma anche «tante possibilità di rinnovare il proprio rapporto con le cose». Questa potenzialità, che distingue fondamentalmente la donna dall’uomo, è quella di un’alterità che sgorga dall’interno, a differenza del corpo maschile che segna per sempre il confine tra l’io e tutto il resto. Questo rapporto con l’alterità, inscritto nella loro carne, è una discriminante importante tra donne e uomini; se ne misurano gli impatti nei rispettivi pensieri filosofici iniziali. Se recentemente si è liberato il discorso sulle mestruazioni, dando luogo a discorsi non sessisti (in senso peggiorativo), ma oggettivamente sessisti (riconoscendo una differenza tra i sessi), resta da liberare quello sulla menopausa.
La consapevolezza della gravidanza è quella di qualcosa di inaudito, al punto da parlare di “trascendenza” rispetto alla “alterità che sgorga” dentro di sé. Da soli, si diventa due, ma lo si scopre solo dopo; la gravidanza coglie necessariamente di sorpresa: il mondo, che era “fuori”, ora è ‘dentro’. Che ci sia o meno il desiderio di avere un figlio – questione complessa – si acconsente sempre a posteriori, quando la gravidanza è confermata, tanto più che la scelta di tenere il bambino è ormai legata alla “libertà” della donna.
Con i suoi corollari di nausea, metamorfosi del corpo (tanto che la differenza tra il corpo abituale e quello nuovo crea goffaggine e impotenza) e giudizi sociali (“non è una malattia!”), la gravidanza porta con sé un flusso di perturbazioni e di minore potenza. D’altra parte, i sensi – in particolare l’olfatto, ma anche il gusto – si risvegliano e ci aprono a un mondo nuovo. Parallelamente, aumenta la consapevolezza del corpo e di ciò che accade al suo interno, in particolare attraverso la frequenza dei movimenti in utero. La donna incinta può «sentirsi più connessa al proprio corpo» e persino acquisire un «senso di pienezza» senza eguali.
Questo intreccio tra le carni può essere giustamente definito creazione, al pari di quella di un artista il cui intimo ricevimento permette la creazione, anzi molto di più, poiché non si tratta di creare una semplice cosa, ma un essere vivente. Così, “il corpo incinto è carnalmente inserito nel tessuto del mondo”; “l’essere incinto fa l’esperienza dell’altro in se stesso e prova se stesso come un altro”.
Questa intreccio, di cui si prende coscienza attraverso i movimenti interni, rimarrà, anche quando il «si muove» diventerà «lui si muove», perché non è ancora un «alter ego», anche se è già un altro soggetto. Questi movimenti non sono semplici sensazioni, sono la rivelazione di un altro in me: «l’inconcepibile incarnazione di un tutto-altro», che non può non ricordare (mutatis mutandis) l’incredibile evento accaduto alla Vergine Maria.
Se le categorie del me e del non-me sono confuse, lo sono altrettanto quelle dell’esterno e dell’interno: un altro in me! Sono toccato dentro di me, ma non da me! In modo molto carnale, “ciò che è esterno a me è in me, non c’è alcuna distanza tra me che percepisco e ciò che è percepito”. Questa compresenza interna «è totale intreccio tra il percepito e il percettore». La recente rivoluzione ecografica (anni ’50 e poi continui progressi) ha fatto passare l’essere nascosto alla sua personificazione anticipata, ma allo stesso tempo rende trasparente il corpo della madre. Incinta, non sono né una né due, sono pluralità.
Non sono più un “io”, ma non sono nemmeno un “noi”. È quindi necessario completare Husserl: la coscienza non è più solo rivolta verso qualcosa, ma allo stesso tempo “verso un altro al suo interno che modifica la sua percezione del mondo”. Bisognerebbe quindi dire: “camminiamo”, ‘nuotiamo’, “ascoltiamo musica”, ecc.
Questa «fusione incompleta» è segnata da una placenta comune, un mix inedito dei due organismi, che funge sia da barriera protettiva per entrambi che da luogo di scambio cellulare. Ciò indica che gli esseri sono innanzitutto «non separati e interdipendenti, pur essendo distinti», la nostra origine è «coesistenziale», l’intersoggettività è primaria! Se la placenta viene in definitiva espulsa e distrutta – quando l’esistenza separata riprende i suoi diritti –, questa origine comune e relazionale non scompare per questo. Si completa così l’intuizione husserliana: esiste una relazione istintiva con l’altro e con il mondo, attraverso la «situazione relazionale della soggettività». In altre parole: «l’identità umana richiede l’alterità umana». L’essere non può essere concepito come isolato, è innanzitutto un legame con gli altri, è un tutt’uno con loro, ma senza che vi sia fusione. E tutto proviene dalla sua ospitalità iniziale, incondizionata.
Le conseguenze in termini di etica sono molteplici.
- In primo luogo, siamo debitori e in debito, dobbiamo la vita (e le cure) a un altro. Diventiamo responsabili della vulnerabilità degli altri. Il corpo gravido è «il fondamento della relazione etica con l’altro, con lo straniero».
- In secondo luogo, questa relazione non è contrattuale e quindi non è reciproca; ogni dono è necessariamente gratuito.
- Infine, data la sua natura di interdipendenza, armonia, amore, cooperazione… costituiscono il fondamento di questa relazione etica.
Si noti che una tale etica non ha nulla di femminile o femminista, ogni essere umano venuto al mondo è passato attraverso un grembo di interdipendenza, dono gratuito e indebitamento.
Si potrebbe riassumere la conclusione sul parto con la passione: sofferenze spesso insopportabili, una sorta di agonia, un attraversamento della morte… ma che dà la vita.
Ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di metafisico in questa esperienza, in questo vissuto della maternità e nella riflessione filosofica che le è stata applicata.
Certamente l’approccio fenomenologico, per sua natura, tende a limitarsi alle condizioni della vita umana nel suo svolgimento esistenziale, con la sempre possibile critica di una concezione troppo soggettivista della coscienza. Tuttavia, una tale riduzione non va letta qui. Chi oserebbe dire che qui non si è reso conto in modo adeguato dell’essere-in-situazione o dell’essere-al-mondo?
Infatti, abbiamo visto affiorare una possibile prospettiva metafisica in molti punti, e non solo quando è stata pronunciata la parola «trascendenza». Ne citeremo solo uno: la compatibilità tra l’uno e il molteplice.
Questa specificità della maternità della donna (che non è stata trattata come tale nella nostra Metafisica del sesso), così come presentata da Marie Leborgne Lucas, è a tutti gli effetti una lezione di genere, che mancava davvero nella lingua francese.
La tradizionale metafisica dell’essere è nota per le sue difficoltà di compatibilità tra l’essere e gli esseri, l’uno e il molteplice, anche se il concetto di partecipazione (Platone, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura) risolve in gran parte la questione. Tuttavia, esiste una metafisica della relazione che risale almeno a S. Tommaso d’Aquino, passa per Lanza del Vasto e può essere letta in Jean Borella. Per semplificare, si dirà che l’essere e la relazione sono convertibili o che l’essere è fondamentalmente relazionale. Non è forse ciò che si legge in questo corpo per due, nel «né io né noi»? O in «l’essere è innanzitutto legame con gli altri, è uno con loro, ma senza che vi sia fusione»?
Si ricordi, per memoria, il concetto di «non due» che, nell’advaita vedānta, qualifica l’unione senza fusione o, nel cristianesimo, le relazioni sussistenti nella Trinità, nozione fondamentale che ha permesso di sviluppare una metafisica della relazione e che trova in questo corpo per due un vero e proprio eco, come confermeranno, se necessario, le conseguenze tratte in termini di etica “solidale”.
Note
- Marie Leborgne Lucas, Un corpo per due, Petite philosophie de la grossesse. Per un femminismo incarnato, Desclée de Brouwer, 2025.[↩]
- Bruno Bérard, Métaphysique du sexe, L’Harmattan, 2022.[↩]
- È interessante notare che la stragrande maggioranza delle persone che si esprimono sulla gravidanza sono donne. Si evita così il ridicolo del passato, come ha dimostrato Jacky Fleming: The Trouble with Women, Square Peg, 2016 (tradotto da Dargaud: Le problème avec les femmes, 2016).[↩]