Che cosa significa vivere “filosoficamente”? Non significa abbandonare la realtà per sfuggirle meglio, rifugiandosi in concetti che ci isolano dal mondo e dagli altri… è un viaggio di vita. Forse un po’ a parte, è vero, in cui il dubbio e le domande su ciò che sembrava ovvio spesso si fanno strada e ci mettono in difficoltà. Ma è per essere alla fine più vicini alle persone, alle cose, a noi stessi. Vivere conservando in qualche parte di sé l’inquietudine filosofica è forse vivere meglio.

Da dove viene, in fin dei conti, questa cosa strana che è la filosofia, questi strani individui che sono i filosofi? E perché dovrebbero avere un valore nella nostra vita? E perché dovremmo amarli?

Credo che l’origine sia ovviamente in ciò che ci caratterizza come esseri umani: la funzione simbolica, la capacità di dare un nome alle cose, di concettualizzarle e, soprattutto… di adorare farlo. È un bisogno vitale legato alle relazioni tra gli esseri umani, subito dopo quello di bere, mangiare, stare al caldo… Guarda come funziona con i bambini: adorano le parole, ne hanno fame. Senza di esse, non potrebbero crescere. Il mondo si apre loro man mano che imparano dagli altri a nominarlo e, allo stesso tempo, a dargli un senso. Lo si vede bene nella straordinaria storia di Helen Keller, in Alabama, alla fine del XIX secolo. Cieca, sorda e muta, è isolata in una notte buia fino all’età di 7 anni. Poi arriva nella sua vita una nuova insegnante che le insegna l’alfabeto manuale. Dopo poche settimane, avviene il miracolo: non capisce come si chiede l’acqua quando si ha sete (lo sapeva fare molto bene), ma solo come si chiama, come si evoca mentalmente, come si . L’immenso paese della mente si è aperto definitivamente e non si chiuderà mai più per lei. Stupore, gioia, seconda nascita… Benvenuta tra gli uomini, Helen 1!

La filosofia non è altro che lo sviluppo adulto di questa geniale capacità umana, geniale e necessaria quanto respirare, camminare, vedere, cantare… I musicisti, i ballerini, i pittori, gli sportivi, ognuno sviluppa una capacità specifica e noi ci nutriamo di ciò che ne hanno fatto. I filosofi sono quelli che concettualizzano il reale per comprenderlo meglio, viverlo, cercarne la verità. È così che funziona tra gli esseri umani, altrimenti soffochiamo e perdiamo noi stessi, come sotto le dittature per le quali il divieto di pensare è un fondamento indispensabile alla loro volontà di potere assoluto.

I filosofi, quindi. Vedo le loro filosofie come paesi che hanno disegnato, mappato con i loro concetti, e che noi possiamo esplorare a nostra volta. Hanno capito come nessuno prima di loro qualcosa dell’esistenza umana e passano la loro vita a esprimerlo. In questo sono preziosi per noi. Perché forse potremo abitare questo paese (Sartre disegna piuttosto il paese dell’assurdo, Sant’Agostino quello della fede, Kant quello della Ragione…), riconoscerci la nostra esperienza di vita, più compiuta, più chiara. O al contrario dire: ah no, per me è molto diverso, non capisco questo modo di pensare, perché dice così? Proviamo a vedere… Così, grazie alla filosofia, siamo più consapevoli di noi stessi, più coerenti, ma anche più capaci di capire gli altri, quelli che amano un paese che per noi è inospitale, ma che rappresenta comunque un altro modo di vedere la realtà, di analizzarla; e rifiutandolo ci priviamo di un intero mondo.

Se il fondatore della filosofia camminava per le strade di Atene dicendo “So solo una cosa, che non so nulla”, è proprio perché la verità sulla realtà non è mai completamente detta, mai assoluta, mai definitiva. Perché non siamo Dio, che è al di là di ogni concetto, non possiamo mai pensare perfettamente la realtà. Ma se imparo a esplorare tutti questi pianeti filosofici, sarò più aperto ai miei fratelli umani, sarò una persona migliore. Gide diceva: «Credi a chi cerca la verità, dubita di chi la trova». Che magnifica esortazione socratica!

Sono un’insegnante specializzata per studenti con disabilità motorie o malattie gravi e nella scuola dove insegnavo organizzavamo dei caffè filosofici. Discutevamo di problemi filosofici classici: la libertà, Dio, gli altri, la felicità… Ho avuto studenti la cui vita è stata a volte molto breve, solo il tempo della giovinezza, purtroppo. Ma, nonostante le difficoltà materiali (spostarsi, parlare, muoversi…), venivano al caffè filosofico, ci tenevano come al loro posto naturale, solo per esprimere liberamente questa capacità vitale: la gioia di pensare, la gioia di riflettere insieme, di scambiare idee, di ascoltare e di essere ascoltati. E mi piaceva portare nei loro dibattiti l’eco filosofica corrispondente: quello che pensate è quello che dice Aristotele, è quello che dice Epicuro o Sartre. Ha valore; per loro è la verità. Perché il pensiero è allo stesso tempo particolare e universale.

Ricordo, durante un caffè filosofico sulla libertà, una ragazza su una sedia a rotelle che non poteva né camminare né parlare ad alta voce e si muoveva pochissimo. Con la sua voce flebile diceva: «Io trovo la mia libertà nella scrittura (riusciva ad azionare una tastiera numerica), ecco perché affermo che la mia libertà non è ancora arrivata: sono già totalmente libera… Perché quando scrivo che cammino, cammino. »

Questi giovani sono stati per me non solo studenti, ma anche maestri, perché davano il giusto valore alla vita dello spirito e all’autenticità della persona. Se la filosofia ha permesso loro di provare la felicità della riflessione, io ho potuto a mia volta provare la gioia di essere insegnante di filosofia.

Auguro a tutti voi questa gioia del pensiero!

Note

  1. Cfr. R. Ruyer, L’uomo, l’animale, la funzione simbolica. Cfr. anche il film di Arthur Penn, Miracolo in Alabama.[]