Amore e mare nello stesso letto, amore e mare nello stesso letto […] E sulla riva del mio corpo si è disteso l’uomo nato dal mare1 Saint-John Perse (1887-1975)

La vera conoscenza si produce grazie a una fusione amorosa. È per questo che la Scrittura chiama « conoscenza » l’atto coniugale2 Marie-Magdeleine Davy

Introduzione

Così come, fatta eccezione per la metafisica indiana o cinese, il maschio è ritenuto attivo e la femmina passiva, il coito viene sistematicamente descritto secondo una visione maschile, mediante il termine « penetrazione », propriamente definito come azione del penetrare, movimento mediante il quale un corpo penetra (in un altro corpo, in una materia o all’interno di uno spazio circoscritto, attraversando ciò che costituisce un ostacolo o oppone resistenza) (CNRTL).

Ora, una volta respinto questo luogo comune – o questo pregiudizio – di un’opposizione sessuale attivo-passivo, bisogna riconoscere la realtà della visione inversa: l’assorbimento attivo del pene da parte della vagina3. Il pene può infatti benissimo essere afferrato e inserito, in fine assorbito, o persino inghiottito. E si può ricorrere a un’analogia per renderne conto: il pene può essere ingoiato, trangugiato, divorato, mangiato; e, se non viene realmente masticato o biascicato, può propriamente essere aspirato e massaggiato o impastato4 dai muscoli vaginali (allenati).

In termini simbolici, ciò significa che non si può ridurre l’accoppiamento o la congiunzione al solo atto di « penetrazione »; ma, se si vuole conservare questo termine, è opportuno aggiungervi quelli che ne costituiscono l’inverso e il complemento: l’« aspirazione » e l’« assorbimento ».

Metafore sessuali

Cominciare indicando alcune delle metafore utilizzate per descrivere gli organi sessuali o i coiti – metafore che naturalmente degenerano in luoghi comuni e stereotipi o cadono in disuso – significa mostrare fino a che punto esse non siano simboli.

Così, presso i LATINI, le metafore erano principalmente legate al mondo agricolo:

  • sēmĕn (seme)5 o rōs (rugiada) per lo sperma;
  • fabae (fave), poma (frutti), mala (mele) per i testicoli;
  • arbŏr (tronco, albero, pianta), thyrsus (stelo, coda), rādix (radice), falx (roncola, falce) e soprattutto vōmĕr (vomere) per il pene;
  • ăger o campus (campo, terreno), sulcus (solco), vīnĕa (vigna) o fons (fonte)6 per la vagina.

Le metafore dei GRECI potevano essere anch’esse botaniche:

  • da myrtiá (il mirto), il frutto era l’immagine del clitoride;
  • e roz (la rosa) l’immagine delle piccole e grandi labbra.

Presso gli INDÙ, invece, le metafore sono spesso zoologiche:

  • le dimensioni del loro lingam determinano le tre classi di uomini, in ordine crescente di grandezza: l’uomo-lepre, l’uomo-toro e l’uomo-cavallo; e la profondità della loro yoni le tre classi di donne: la donna-cerva, la donna-cavalla e la donna-elefante7;
  • tra i tipi di bacio si trova Jatavestitaka, o l’abbraccio del rettile (ibid., p. 56);
  • tra i tipi di pressione delle unghie o di graffi vi sono l’artiglio della tigre, la zampa del pavone e il salto della lepre (ibid., pp. 68-70);
  • uno dei tipi di morso è chiamato morso del cinghiale8;
  • una delle posizioni è chiamata posizione del granchio (ibid., p. 84. « Le due gambe della donna sono contratte e poste sul suo stomaco »), uno dei congressi (coiti) il congresso della vacca, e altri il congresso del cane, della capra, della cerva, del gatto, ai quali si aggiungono il violento assalto dell’asino, il balzo della tigre, la pressione dell’elefante, lo sfregamento del cinghiale e l’assalto del cavallo (ibid., p. 85);
  • la donna perfetta ha l’andatura del cigno, la pelle di un giovane elefante, la voce del kokila (cuculo) e gli occhi della gazzella (citato da E. Armand, Encyclopédie anarchiste).

Nel GIUDAISMO si trovano ugualmente metafore zoologiche e botaniche (Cantico dei cantici), nonché l’immagine classica della porta per la vagina (Talmud):

  • « I tuoi occhi sono occhi di colomba » (I, 15); « Il mio diletto è simile alla gazzella o al cerbiatto » (II, 9); « I tuoi occhi sono come colombe dietro il tuo velo; i tuoi capelli sono come un gregge di capre, sospese ai fianchi del monte Galaad. I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal lavatoio; ciascuna ha il suo gemello e nessuna di esse è sterile » (IV, 1-2); « I tuoi due seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano in mezzo ai gigli » (IV, 5); « La tua statura assomiglia alla palma e i tuoi seni ai suoi grappoli » (VII, 8);
  • le piccole labbra sono la porta, di cui le grandi labbra sono gli stipiti e il clitoride la chiave (ibidem).

Nell’EROTOLOGIA ARABA si ritrova la stessa metafora della porta: l’uscio – che però si riferisce a qualsiasi apertura, tanto dell’uomo quanto della donna9 –, insieme a tutto un vocabolario figurato:

  • per la vagina: l’uscio, dunque, ma anche il kouss (di una giovane donna), il cappuccio (se nulla vi è mai entrato), il riccio (quello, arruffato, di una donna anziana), il Padre-dal-berretto-appuntito (esso « porta all’estremità un piccolo berretto rosso, simile alla cresta del gallo »), lo spazioso (un « ciuffo largo »), il Padre-dal-piccolo-naso (« che porta un grazioso basco sormontato da una sorta di grosso bottone »), il Padre-dalla-fronte-sporgente, la pieghettatrice, l’intercettatrice, l’accogliente, il Padre-inghiotte-tutto (per « una donna robusta e ben in carne »), l’imbruttitore, già menzionato, ecc.10;
  • per il pene: l’avvolto (è questo, insieme a « sesso », il nome originario), l’oggetto che si allunga, la colomba, il campanaro, il guercio, il Padre-la-saliva, il guizzante, il Padre-dal-collo-lungo, il Padre-lacrimoso, il Padre-dall’occhio-unico, lo squarciatore, l’arpionatore, ecc. (ibid., p. 165).

Nel TAOISMO, le denominazioni degli organi o degli atti sessuali non sono meno figurate11:

  • yùjīng (« Stelo di giada » o « picco di giada »), ma anche guī (la tartaruga mitica), corrispondono al pene; così guī tóu (« testa di tartaruga ») designa il glande;
  • yùmén (« Porta di giada »), yùfáng (« Camera di giada ») o ancora zhūshì (« Camera purpurea ») rinviano alla vagina, così come pántáo (« pesca dell’immortalità »), mǔ dān (la peonia) e liánhuā (il loto);
  • yùquán (« Bere alla fonte di giada ») significa ottenere l’essenza Yīn di una donna durante l’atto sessuale;
  • Yún yǔ (« Nuvola e pioggia ») designa il commercio sessuale:

Il capitolo 5 del Sù wèn dice: « La nuvola è il qi terrestre che sale, la pioggia è il qi celeste che scende ». Così le « nuvole » corrisponderebbero agli ovuli della terra e rinvierebbero alle secrezioni vaginali della donna (i Cinesi ignoravano ancora l’esistenza dei gameti femminili), mentre la « pioggia » che viene a fecondare la Terra corrisponderebbe allo sperma del Cielo, simbolo del seme dell’uomo; da qui l’espressione « gioco della nuvola e della pioggia » per indicare il commercio carnale.

Da questa immagine derivano espressioni come fān Yún fù yǔ (« le nuvole rovesciate e la pioggia in senso inverso ») per indicare l’atto omosessuale praticato da due uomini.12

Questa rassegna di denominazioni tradizionali, come si vede, non presenta altro che metafore, segnando così la loro radicale differenza rispetto ai simboli e rendendo inutile, nonostante la sua ricchezza poetica, qualsiasi inventario del vocabolario erotico dell’argot francese.

Le metafore, infatti, sono immagini che rinviano orizzontalmente ad altri oggetti, mentre i simboli rendono presente un senso, una realtà di ordine trascendente: rinviano direttamente, e verticalmente, ai princìpi che governano il modo in cui possiamo intelligere il mondo e, al di là di esso, fino al Principio primo.

Simbolismo sessuale

Si possono evocare succintamente tre simbolismi sessuali: quelli degli organi sessuali e quello della loro congiunzione.

L’Asse del mondo

Il pene eretto si inscrive in un asse e ogni asse rinvia all’Asse del mondo, vale a dire all’asse verticale, unico ma presente in ogni punto dell’universo, che collega la creazione al Creatore, gli esseri a Colui che ha dato loro l’essere. Tuttavia, l’asse penieno parte dall’uomo e non è verticale, due caratteristiche che non sono prive di conseguenze (simboliche).

Anzitutto, l’asse penieno, pur puntando verso l’infinito, ha nondimeno un punto di partenza nella persona che lo porta; se si considera questo punto di partenza e la direzione che esso indica, si ha una semiretta, parzialmente materializzata dal segmento costituito dal pene. Questa semiretta riflette la condizione dell’anima umana, creata ma immortale; il segmento materializzato e limitato segna l’inizio e la fine dell’esistenza umana.

Inoltre, l’asse penieno non è realmente verticale; lo si può persino vedere a quarantacinque gradi, obliquo a metà strada tra l’orizzontale e la verticale – direzione peraltro invariabile, sia che l’uomo (in erezione) stia in piedi, seduto, in ginocchio o sdraiato. Questa obliquità segna la condizione umana, al tempo stesso dipendente da quella Verticale che le dà la vita e gliela riprende, e condannata ad agire secondo l’orizzontalità della propria esistenza13.

Questa obliquità può d’altronde costituire una trappola: non è che la stolta media tra l’asse orizzontale dell’esistenza, il cui orizzonte, incessantemente arretrato e per sempre inaccessibile, non potrebbe costituire il fine, e l’Asse verticale, che è l’origine e la fine. « Trappola », perché l’In-alto non si trova al termine dell’in-avanti; non è mai altro che « qui e ora » e « al di sopra ». Se la trappola viene evitata, rimane questo richiamo, indiretto ma irrefutabile, alla croce del mondo, incrocio in ciascuno dell’asse orizzontale della propria esistenza e dell’Asse verticale del proprio destino.

In linguaggio cristiano, lo si sarà compreso, l’Asse del mondo è il Cristo-Verbo-Figlio14, « per mezzo del quale tutte le cose sono state create » (Simbolo niceno-costantinopolitano)15, e la croce del mondo è quella che Egli ha tracciato per tutti nella kenosi16 dell’Incarnazione e della morte sulla croce. L’abitazione dell’asse verticale è totale: dall’alto verso il basso (Incarnazione e discesa agli inferi) e dal basso verso l’alto (risalita dagli inferi e Ascensione), attraverso il piano orizzontale della vita umana.

Se questa verticalità cristica dell’essere umano, « a immagine di Dio e secondo la Sua somiglianza » (Gen I, 26), caratterizza tanto la donna quanto l’uomo, il pene eretto, nel loro incontro, ricorda a entrambi l’esistenza dell’asse relativo e dell’Asse dell’Assoluto. Ed entrambi ne portano il peso simbolico, ciascuno a suo modo.

La Caverna (kahf) o la grotta (ghār)

17

La vagina appartiene al simbolismo della Grotta o della Caverna. Dalla grotta della Natività alla caverna di Ghār Hīra’18, passando per la caverna dei « Sette dormienti di Efeso » o degli ahl al-kahf (« Gente della Caverna »)19, la caverna è, nel simbolismo universale, un luogo centrale nel quale si compie una trasformazione (morte, rinascita, iniziazione) e si stabilisce un collegamento lungo l’Asse verticale.

In quanto centro del mondo e origine20, o cuore21, e in quanto luogo illuminato22, è lì che avviene, lungo questo asse verticale, la comunicazione con gli stati superiori e inferiori. Non sorprende dunque che la caverna sia l’archetipo della matrice sponsale e materna23 e che entrarvi – o esservi accolti – costituisca un’iniziazione24.

Così, per il mistico sufi al-Hallāj (858-922), nel suo Diwān, la caverna è

il luogo dell’ospitalità divina, della prossimità e della conoscenza originaria, […] il centro del mondo, luogo fuori dal tempo e dallo spazio, poiché la conoscenza originaria appartiene al mondo preeterno, al mondo sacro.25

Lo stesso vale per Ibn ‘Atā’ al-Adami (X sec.), che vi vede i passaggi del fanā’ (« estinzione ») e del baqā’ (« sovraesistenza », « sussistenza »), cioè la morte-resurrezione, salvo che queste vengono vissute « a livello del mondo dello spirito, senza passare attraverso la morte naturale ». La caverna è dunque anch’essa un luogo dell’ospitalità divina e della

luce preeterna, che potrebbe significare la conoscenza preeterna e originaria di cui parla Hallāj, poiché la conoscenza è luce.26

Lo stesso si ritrova nell’esegeta sufi Abū l-Qāsim al-Qushayrī (986-1074). Egli vi aggiunge tuttavia le nozioni di tafrīd (solitudine) e di tajrīd (spogliazione), che precedono e producono l’estinzione (fanā’). Si tratta di una « dimora spirituale » interiorizzata. Così, in ‘Abd al-Razzāq al-Qāshanī (m. ca. 1330), « il luogo sacro non è più la caverna, ma il corpo umano »27 stesso.

Aggiungiamo che, per Ruzbahān Baqli al-Shirāzi (XII sec.), la caverna è soprattutto simbolo dell’unione e della camera nuziale, mentre per Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī (1207-1273) la Caverna

non è più nemmeno un luogo spirituale, una dimora, una stazione o un topos nella geografia celeste. Non è neppure uno stato (hāl), come in Hallāj, ma semplicemente l’Amore […], il Suo Amore, che avvolge il mondo intero come una matrice.

Basti questo. La vagina, Caverna per eccellenza, è dunque simbolo dell’ospitalità divina, luogo di trasformazione, spirituale come fisica (matrice), e di iniziazione alla conoscenza o all’amore. Questo topos spirituale simbolico, questo centro interiore, ricorda la presenza di Dio nel più intimo dell’essere umano. In linguaggio cristiano: « Sappiate questo: il regno di Dio è dentro di voi » (Lc XVII, 21; in greco, εντος υμων εστιν: « è all’interno di voi »). Certo, la caverna appare « vuota »: è la trascendenza di Dio; ma ogni vuoto è colmo di Dio: è la Sua immanenza nel Fondo del mondo28.

Se questa abitazione da parte di Dio riguarda tanto l’uomo quanto la donna, è lei a contenere la caverna simbolica che ricorda a entrambi la presenza interiore dello Spirito Santo – Spirito che « è quello del Padre e del Figlio e nostro »29.

La creazione del mondo

Se l’unione sessuale nell’amore simboleggia la creazione del mondo, non è tanto perché l’atto dell’unione consiste nel procreare – cosa che avviene raramente –, quanto perché commemora l’incontro tra l’Asse cristico e il Fondo del mondo. Infatti, se Dio Padre crea attraverso Suo Figlio (il Verbo), dove crea? Nello Spirito Santo! È la creatio ex nihilo per Verbum in Spiritu Sancto30, vale a dire la creazione dal nulla attraverso il Verbo nello Spirito Santo, che sono « le due mani di Dio »31.

Spetta all’uomo vivere un « atto cristico » e comprendere che non vi è azione senza ricettività; alla donna vivere un « atto pneumatico »32 e comprendere che non vi è ricettività senza azione. A entrambi spetta riconoscere, nella grazia della loro unione, Ciò che li trascende e sostiene la loro sussistenza33. Essendo ciascuno al tempo stesso soggetto e relazione, donna e uomo, al di là dei ruoli eventualmente distinti nella loro unione, sono virtualmente entrambi Cristo e Spirito Santo: qui risiede la loro intrinseca deiformità.

La circumincessione trinitaria

La circumincessione si definisce come l’« esistenza delle persone della Santa Trinità le une nelle altre; la loro reciproca compenetrazione fondata sull’unità di essenza »34. Ma ciò merita qualche spiegazione:

Nulla conta agli occhi del Padre se non il Figlio, che Gli è uguale in tutto; senza di Lui, il Padre non è nulla: Egli esiste come Padre, e come Dio, soltanto perché genera il Figlio al quale dona tutto ciò che Egli è, Natura divina ed Essenza divina. Così, l’Essenza divina consiste in questo dono totale; il Padre esiste soltanto perché dona Se stesso nella Sua totalità.

Reciprocamente, il Verbo si conosce nel Padre ed esiste, come Figlio e come Dio, soltanto nella misura in cui è generato dal Padre. Egli è l’Essenza divina soltanto perché la riceve dal Padre; è la stessa Essenza, donata dall’uno e ricevuta dall’altro. Ma il Figlio, a sua volta, si costituisce soltanto restituendo tutto ciò che ha ricevuto; può ricevere l’Essenza divina soltanto se la dona al Padre.

Lo scambio reciproco dell’Essenza divina tra il Padre e il Figlio, questo dono totale e perfetto del libero arbitrio, costituisce l’Amore reciproco del Padre e del Figlio. Ma questo Amore reciproco, che procede dalla volontà di donarsi totalmente, deve esso stesso, per esistere, essere donato totalmente. Il dono dell’Amore comune al Padre e al Figlio si esprime allora nella necessaria terza Persona, lo Spirito Santo, come Amore ed Essenza, come legame sostanziale ed essenziale che unisce il Padre e il Figlio nell’unità di un medesimo Amore.35

È evidente che l’unione sessuale nell’amore offre a ciascuno l’opportunità di questo dono totale del libero arbitrio che chiamiamo amore reciproco, a immagine della circumincessione trinitaria. Infatti, « esiste una somiglianza tra l’unione delle Persone divine e l’unione d’amore tra le persone umane », come sottolinea san Giovanni Paolo II36; così, la comunione delle persone

deve essere intesa […] come una partecipazione a un’« insondabile comunione divina di persone » (TDC 9, 3) all’interno della vita trinitaria.37

La sessualità è un atto [… che] riflette il rapporto d’amore del Dio trinitario e partecipa all’atto creatore di Dio.38

Da qui l’insaziabilità (desiderio) e l’instabilità (divorzio) delle unioni: le persone sono chiamate a esistere in una comunione permanente, mentre questa comunione può realizzarsi pienamente soltanto nell’eternità di Dio.

Spetta alla donna e all’uomo realizzare – rendere effettiva – la struttura ternaria di ogni dono: colui che dona, colui che riceve e il dono, che nell’Assoluto sono le Persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito. Spetta a loro entrare simbolicamente – vale a dire, qui, spiritualmente – nel vortice immobile dei Doni assoluti e reciproci delle tre Persone trinitarie, che « si contengono reciprocamente »39.

Note

  1. Amers IX – « Étroits sont les vaisseaux » (nono e ultimo episodio di Strophe).[↩]
  2. « La tradition dans le christianisme », lemondeduyoga.org, 31 agosto 2005; cfr. Revue Française de Yoga, n. 14 (vecchia ed.), autunno 1983 (pp. 3-14).[↩]
  3. Lo stesso vale, da questo punto di vista, per un assorbimento attivo attraverso un altro orifizio.[↩]
  4. Una delle radici di « orgasmo » rimanda a « impastare » (Littré).[↩]
  5. La polisemia di sēmĕn in latino è significativa: seme in agricoltura; in botanica: concime o spelta, ma anche talea, germoglio, pollone, rampollo e gemma; in filosofia: atomo, principio, elemento; e in senso figurato: stirpe, razza, discendenza, sangue, nonché origine, causa, principio.[↩]
  6. Nella mitologia romana, Fons (o Fontus o Fontanus) è il dio delle sorgenti e delle acque correnti.[↩]
  7. Vatsyayana, Le Kama Soutra, op. cit., p. 46.[↩]
  8. ibid., p. 75. Esso « consiste in diverse ampie file di segni »[↩]
  9. Mouhammad al-Nafzāwī, La prairie parfumée…, op. cit., p. 183. Infatti « Dio Altissimo ha detto nel Corano: “Coloro, uomini e donne, che custodiscono il proprio uscio” » (ibid.).[↩]
  10. ibid., pp. 183, 188-189.[↩]
  11. Anaïs Languebien, op. cit., pp. 13-14.[↩]
  12. ibid., p. 14. « Precisiamo che ai nostri giorni il “rapporto sessuale” si traduce letteralmente 性交 (xìng jiāo) o 性关系 (xìng guān xì), dove 性 designa “il sesso” con la chiave del “cuore” (心 xīn) e il fatto di “nascere, crescere” (生 shēng) » (ibid.).[↩]
  13. Si noterà che nel rituale tantrico, con la śakti che « cavalca » lo shiva, il fallo viene verticalizzato; cfr. André Van Lysebeth, op. cit., p. 204.[↩]
  14. Cristo sulla terra (Incarnazione), Verbo nella Creazione del mondo, Figlio in seno alla Trinità.[↩]
  15. O ancora: « Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione. Poiché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, troni, dignità, dominazioni, autorità. Tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte le cose sussistono in lui » (Col I, 15-17); « Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose e per mezzo del quale noi siamo » (1 Cor VIII, 6).[↩]
  16. Incarnazione spogliata di tutti gli attributi divini per assumere la condizione umana.[↩]
  17. Attingiamo qui a GRIC (Groupe de Recherches Islamo-Chrétien), « La caverne entre symbolique universelle et imaginaire soufi », 2006, online; a Vanessa Hélène Sandrine Hernandez (1984-), Le Chêne aux quatre ruches, Thebookedition.com, s.d.; nonché a René Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Parigi: Gallimard, 1962 (ried. 1965), e Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Parigi: Laffont, 1973.[↩]
  18. Luogo delle prime rivelazioni ricevute da Dio da Maometto attraverso l’angelo Gabriele, nel luglio o agosto del 610.[↩]
  19. Miracolo che sembra comune all’Islam e al Cristianesimo, nel quale sette ufficiali di palazzo sfuggono alla persecuzione dei cristiani da parte dell’imperatore Decio (regno: 249-251) e dormono, nascosti in una caverna, per trecento anni (Cristianesimo); oppure sei ministri del re Diaclitiano, governatore di Filadelfia (attuale capitale della Giordania), accompagnati da un cane, divenuti monoteisti (il cane compreso), sono costretti a fuggire e dormono anch’essi per trecento anni al riparo in una caverna (Islam).[↩]
  20. Cfr. René Guénon, « L’idée du centre dans les traditions antiques », op. cit., p. 84.[↩]
  21. Cfr. Jean Chevalier…, op. cit., p. 288; René Guénon, op. cit., p. 218.[↩]
  22. « La caverna iniziatica è illuminata dall’interno, cosicché è al di fuori di essa che regnano le tenebre » (le « tenebre esteriori »); René Guénon, op. cit., p. 212.[↩]
  23. Cfr. Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, op. cit., pp. 285, 288.[↩]
  24. Ibid., p. 195.[↩]
  25. GRIC, op. cit., p. 7.[↩]
  26. Ibidem[↩]
  27. Ibid., p. 13. Vanessa Hernandez stabilisce un parallelo tra al-Qāshanī e san Giovanni della Croce (m. 1591), che, nella Fiamma viva d’amore, utilizza il simbolo della caverna in relazione alle potenze […] dell’anima: memoria, intelletto e volontà, capaci di ricevere i beni più grandi, l’infinito, una volta liberate da tutte le creature. Infatti, quando ciascuna di queste potenze è vuota di tutto ciò che è creato, prova una sete ardente di Dio, una fame, e si strugge nell’attesa. San Giovanni della Croce e Qāshanī convergono dunque, poiché per entrambi la caverna simboleggia facoltà proprie di tutti gli esseri umani e perché entrambi propongono un cammino di purificazione interiore accessibile a chiunque abbia la volontà di percorrere la via della spogliazione. Cfr. La vive Flamme d’amour, Parigi: Seuil, 1995, pp. 92-95 (ibid. e n. 57).[↩]
  28. Allo stesso modo, nella « caverna del cuore » dimora Ātma, lo Spirito universale; cfr. Chāndogya Upaniṣad, 3° Prapāthaka, 14° Khanda, shruti 3, e 8° Prapāthaka, 1° Khanda, shruti 1; René Guénon, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. III.[↩]
  29. Sant’Agostino, De Trinitate V, 14.[↩]
  30. Cfr. il nostro Introduction à une métaphysique des mystères chrétiens (imprimatur), Parigi: L’Harmattan, 2005, cap. 14, pp. 197 ss.[↩]
  31. « Ontologicamente, Dio dona l’essere proiettando la Sua Carità in un’esteriorità relativa, in un’alterità inaudita. Così il Dono assoluto della Vita divina diviene questo Dono dell’essere al mondo. Questo Dono […] passa attraverso il Figlio, poiché il Figlio e lo Spirito sono “le due mani di Dio” [sant’Ireneo, Contra Haereses IV, praefatio, PG, t. VII, col. 975 B]: tutto è fatto attraverso il Figlio (il Verbo) nello Spirito; il Figlio (il Cristo) è l’Asse del mondo e lo Spirito il suo Fondo »; Bruno Bérard, Introduction à une métaphysique des mystères chrétiens, op. cit., p. 250; seguendo Jean Borella, La Charité profanée, Parigi: Éd. du Cèdre, 1979 (ried. Amour et Vérité, L’Harmattan, 2011).[↩]
  32. Il greco pneuma, « soffio » (spiritus in latino), designa lo Spirito Santo. Cfr., per esempio, Odette Mainville, « De la rûah hébraïque au pneuma chrétien : le langage descriptif de l’agir de l’esprit de Dieu », Théologiques, vol. 2, n. 2, ottobre 1994, pp. 21-39.[↩]
  33. Jean Borella propone di scrivere il termine francese subsistence con una « e » (dal latino subsistentia) quando designa il fatto di sussistere (permanenza nell’essere), per distinguerlo da subsistance, che indica i mezzi necessari al sostentamento umano (alimentazione) e ai rifornimenti militari (cfr. Lumières de la théologie mystique, p. 86, n. 183).[↩]
  34. eglise.catholique.fr/glossaire/circumincession/. Corsivo nostro.[↩]
  35. Abbé Henri Stéphane André Gircourt (1907-1985), Introduction à l’ésotérisme chrétien, trattati raccolti e annotati da François Chenique, Parigi: Dervy, 1979, t. 1, trattato I.2, pp. 42-48.[↩]
  36. Cfr. Gaudium et Spes n. 24, 3; Giovanni Paolo II, Abrégé de La Théologie du corps, Y. Semen ed., Parigi: Cerf, 2016, p. 223.[↩]
  37. Giovanni Paolo II, ibid., p. 217.[↩]
  38. Evangelium Vitae § 43.[↩]
  39. San Giovanni Damasceno, De fide orth. I, 8.[↩]