Il divertimento contro lo stupore

Mai l’uomo è stato circondato da tante cose stupefacenti, e mai si è stupito così poco. Può vedere il proprio interlocutore dall’altra parte del mondo e conversare istantaneamente con lui, immergersi sott’acqua e volare nello spazio, conversare con una macchina… — e tutto ciò è diventato pura banalità. Si stupirebbe se ciò che dà per scontato cessasse di esserlo; ora, tutto è dato per scontato — almeno per quanto riguarda la tecnologia.

Certo, quest’uomo è avido di sorprese, si abbona a flussi permanenti di novità, si entusiasma per concorsi di ogni genere (canzoni, sport, pasticceria…), ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con lo stupore: è puro divertimento! La sorpresa che ama esige qualcosa di nuovo, mentre lo stupore scoprirebbe l’estraneità di ciò che è sempre stato lì. Di questo divertimento terribilmente necessario Blaise Pascal (1623-1662) ha individuato la ragione, che «consiste nell’infelicità naturale della nostra condizione debole e mortale, e così miserabile che nulla può consolarci quando ci pensiamo da vicino».1

La reclusione nell’Umwelt

L’Umwelt dell’animale sembra un’evidenza: ogni specie vivente ha il proprio mondo, che ha senso per essa e la determina. L’animale, per esempio, risponde alle sollecitazioni del proprio ambiente (il cane che abbaia) e lo esplora o lo utilizza in funzione dei propri bisogni (la gallina che razzola la terra per far emergere i vermi da mangiare). Il celebre esempio di Uexküll (1864-1944)2 riguardava le due sollecitazioni alle quali risponde un particolare tipo di zecca:

  • Fecondata, la femmina sale su un ramo e, in risposta a uno stimolo olfattivo, si lascia cadere sul mammifero che passa. Risalirà su un ramo tutte le volte che sarà necessario;
  • Uno stimolo tattile le permette allora di trovare un punto in cui la pelle è priva di peli; vi introduce la «testa» (il rostro) sotto la pelle, si riempie di sangue, si lascia cadere, depone le uova e muore.3

Rispondere alle sollecitazioni pertinenti e identificare in modo molto selettivo ciò che corrisponde alle necessità della propria vita: ecco il mondo proprio del vivente, un mondo assai limitato, limitato all’utilità della vita.

A prima vista, può sembrare che, analogamente, anche l’uomo si inserisca in un Umwelt, ciascuno secondo il proprio ambiente. Si pensi all’aborigeno australiano, all’abitante dell’Amazzonia, al soldato dell’antica Sparta, al monaco tibetano, al nomade delle steppe, fino all’impiegato di Wall Street o della Défense, o ancora al contadino della Garonna, al bambino di Calcutta il cui unico orizzonte è un’immensa montagna di rifiuti, oppure a un sopravvissuto del Medio Oriente tra le rovine della propria città.

Si può precisare ulteriormente. L’essere umano tenderà per lo più a prendere posizione in risposta alle sollecitazioni all’interno del ristretto campo che la società circostante gli propone: il cricket in India, il basket in America, il curling in Scozia, ecc. La sua libertà, illusoria da questo punto di vista, consisterà nello scegliere se «interessarsi» all’atletica o alla Formula 1. Analogamente, tra milioni di artisti, sarà fan di Elvis Presley, Tino Rossi o Madonna. Come animale domestico avrà, inoltre, un cane o un gatto. In politica, per lo più, si schiererà a favore dell’uno o dell’altro dei candidati in lizza o dei partiti esistenti. Mettiamogli in mano uno schermo e vi si assorbirà per più di cinque ore al giorno (solo per il tempo libero).4

Certo, vi sono i «marginali», che prenderanno un serpente come animale domestico, saranno fan della cantante cubana Celia Cruz, «sceglieranno» la pétanque, la scheda bianca, giocheranno a carte e leggeranno i giornali. Ma questa «marginalità» conferma piuttosto una risposta a una sollecitazione — fosse pure meno banale — che sembra poco diversa da quella della zecca gravida.

Dal pensare al mondo al pensare il mondo

L’uomo, contrariamente agli animali, ha tuttavia sempre una visione del mondo, per quanto elementare possa essere. È perché, naturalmente, ha coscienza del mondo, anche se per alcuni è assorbito per la maggior parte del tempo dagli schermi5, o, per altri, dalla ricerca incessante di cibo. Tuttavia, questo pensiero del mondo, che l’uomo disponga o meno di tempo libero, è generalmente sporadico e rudimentale, spesso in risposta a una sollecitazione, per esempio in occasione di un funerale. Eppure è lì, innegabilmente. Che questo pensiero perduri o che egli vi rinunci, esso avrà avuto luogo e avrà preso posto nello spirito.

Pensare il mondo è un’altra cosa. È fin troppo evidente che, pur costituendo una percentuale molto esigua degli abitanti della Terra, vi sono nondimeno milioni di filosofi e scienziati che lavorano a una migliore conoscenza del mondo, sia in funzione della loro Weltanschauung — la loro visione del mondo — sia per forgiarsene una. E il solo fatto che vi lavorino vale per ogni essere umano, qualunque sia la sua capacità di farlo, poiché essa non sarà mai nulla. Salvo patologie, vi è una sola specie di uomo, e si è detto che ogni uomo è filosofo per natura e persino, dirà Schopenhauer (1788-1860), metafisico.6

Ritorno allo stupore

L’uomo — filosofo per natura — può dunque ritrovare lo stupore e mettersi a filosofare.

La celebre formula è di Socrate (ca. 470/469-399 a.C.), nel dialogo con il matematico Teeteto: «lo stupore è un sentimento filosofico; è il vero inizio della filosofia».7

Prima di lui, naturalmente, alcuni avevano già preso le distanze dalle cose familiari. Così Eraclito (ca. 544-480 a.C.), constatando che ciò che appare non è l’ultima parola della realtà. «La natura ama nascondersi», dirà.8

Lo stesso avviene dopo Platone, a cominciare da Aristotele. Questi ne farà persino una spiegazione della nascita storica della filosofia, proiettandola retrospettivamente sui primi filosofi: «Infatti, ora come in principio, gli uomini hanno cominciato a filosofare a causa dello stupore».9 Aggiungerà, stabilendo il legame tra stupore e ignoranza: «accorgersi di una difficoltà e stupirsi significa riconoscere la propria ignoranza».10 Ciò fa naturalmente eco alla celebre massima socratica, tradizionalmente riassunta con «So di non sapere nulla».11 Rivelando un’ignoranza, lo stupore mette in moto l’intelligenza.

Aristotele parla persino di uno «stupore contrario» quando, dopo aver ricercato le cause, l’uomo giunge alla conoscenza: «Dobbiamo finire con lo stupore contrario e, secondo il proverbio, con ciò che è migliore, come avviene in questi casi non appena si conosce la causa: nulla, infatti, stupirebbe tanto un geometra quanto se la diagonale divenisse commensurabile».12 Lo stupore può dunque nascere dall’ignoranza, per poi rovesciarsi con la conoscenza: ciò che inizialmente stupiva cessa di stupire, mentre diventa stupefacente il suo contrario.

Naturalmente, lo stupore filosofico iniziale è attestato lungo tutta la storia della filosofia. La filosofa Jeanne Hersch (1910-2000) lo ha rilevato dai presocratici fino a Jaspers13, altrettante illustrazioni di una perpetua attualità filosofica. Lo stupore è «quella capacità di interrogarsi su un’evidenza accecante, vale a dire che ci impedisce di vedere e comprendere il mondo più immediato».14

Aggiungiamo Bertrand Russell (1872-1970): se la filosofia «non può rispondere a tante domande quante vorremmo», ha almeno il merito di porre domande che accrescono il nostro interesse per il mondo e mostrano «la stranezza e la meraviglia (wonder) che giacciono appena sotto la superficie persino delle cose più comuni della vita quotidiana».15

Il filosofo Ferdinand Alquié (1906-1985) aggiunge un’ulteriore sfumatura a questo stupore, con una certa follia nel diventare filosofi: «Nessuno diventerebbe filosofo se non fosse dapprima un po’ folle; intendo dire se non fosse condotto da un certo sentimento d’irrealtà provato dinanzi alle cose a porsi domande che le persone ragionevoli non si pongono».16 Più che: «mi stupisco di ciò che è», è quasi: «ciò che è non mi sembra più ovvio». Perché esiste qualcosa? Perché io sono io? Che cos’è il tempo? Perché il reale è reale? Per l’uomo perfettamente adattato al mondo ordinario (il suo Umwelt, o mondo proprio), queste domande possono effettivamente sembrare un po’ «folli» ad alcuni.

Con il filosofo Jean Borella (1930–), scopriamo che lo stupore può condurre a una scoperta propriamente metafisica: lo stupore filosofico distingue l’essere dall’ente. È un uomo stupito che prende coscienza di questa dimenticanza; egli è dunque quell’ente che ha sempre già una certa comprensione dell’essere: non una conoscenza, certo, ma una certa comprensione implicita di ciò che significa «essere». Una simile comprensione apre a una delle questioni metafisiche più essenziali.

Il ruolo della filosofia

Come si vede, la filosofia non consiste nello scoprire cose straordinarie, ma nel riscoprire quanto siano straordinarie le cose ordinarie. Rendersi conto che le cose non sono ovvie, interrogarsi sulla loro esistenza, significa semplicemente cominciare a pensare.

Note

  1. Frammento Divertissement n. 4 / 7, Edizioni di Port-Royal: cap. XXVI – Misère de l’homme: 1669 e genn. 1670, pp. 203-217.[]
  2. Il biologo e filosofo Jakob von Uexküll, Mondes animaux et monde humain, Pocket, 2004.[]
  3. Questo esempio, caratteristico dell’Umwelt dell’animale, è molto citato: Max Scheler, Heidegger (cfr. I concetti fondamentali della metafisica), Georges Canguilhem (cfr. La conoscenza della vita), Gilles Deleuze, Giorgio Agamben e molti altri filosofi contemporanei: Peter Sloterdijk, Baptiste Morizot, Augustin Berque, Florence Burgat, Vinciane Despret, ecc.[]
  4. NordVPN, indagine condotta in quattro paesi su 5.000 adulti tra il 22 e il 30 giugno 2021.[]
  5. Cinquantasei ore alla settimana, si legge (NordVPN).[]
  6. Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, p. 1520 (online).[]
  7. Platone, Teeteto, 155d (trad. V. Cousin), Parigi: Bossange, 1824, t. II, p. 74.[]
  8. Frammento B123 (Diels-Kranz).[]
  9. Metafisica, A, 2, 982b12-21 (trad. Tricot, ed. Vrin).[]
  10. Ibid. «Ma porsi delle domande e stupirsi dei fenomeni significa già sapere di ignorarli» è la traduzione di Barthélemy Saint-Hilaire (Parigi: Germer-Baillière, 1879, t. I).[]
  11. Più precisamente, in Platone, Apologia di Socrate, 21d: «ciò che non sapevo, non credevo neppure di saperlo!» (trad. Léon Robin). È la rinuncia a pretendere di sapere ciò che si ignora.[]
  12. Metafisica, A, 2, 983a11-20, sull’esempio dell’incommensurabilità della diagonale del quadrato con il suo lato.[]
  13. I presocratici, Socrate, Platone, Aristotele, gli epicurei, gli stoici, sant’Agostino, Tommaso d’Aquino, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Locke, Kant, Hegel, Comte, Marx, Freud, Bergson, Kierkegaard, Nietzsche, Husserl, Heidegger, Jaspers. Cfr. Jeanne Hersch, L’étonnement philosophique. Une histoire de la philosophie, Parigi: Gallimard, 1993.[]
  14. Cfr. Jeanne Hersch, L’étonnement philosophique. Une histoire de la philosophie, Parigi: Gallimard, 1993.[]
  15. «…the strangeness and wonder lying just below the surface even in the commonest things of daily life», The Problems of Philosophy (1912), cap. XV, «The Value of Philosophy».[]
  16. «Le philosophe et le fou», in Jean-Robert Armogathe e Giulia Belgioso (a cura di), Descartes metaphysico. Interpretazioni del Novecento: seminari di studi cartesiani, Firenze: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1993, pp. 107-116, p. 114.[]