Nella storia del pensiero, c’è un accordo generale che distingue la filosofia antica da quella moderna. Ma questa distinzione, anche se suggerita dalla separazione cronologica delle opere – creata dal Medioevo, dove domina la questione del rapporto tra le verità della fede e gli insegnamenti della metafisica – si basa anche su differenze che hanno radici profonde.

Proprio come le fondamenta di un edificio sostengono l’intera struttura, tanto che il loro cedimento porta al crollo dell’intero edificio, anche il fondamento comune su cui poggiano tutte le dottrine antiche è la condizione essenziale della loro validità e veridicità.

Qual è questo fondamento? Non si tratta né di un paradigma, né di un presupposto, né di un’ipotesi. È al pensiero greco ciò che il suolo è ai nostri piedi, e non si può immaginare nemmeno per un istante che possa mancare. È, infatti, il fatto del Mondo.

Non appena si risveglia al pensiero speculativo, il filosofo antico si trova nel Mondo. È a partire da questa certezza primaria che si eleva il suo pensiero e che si elaborano tutte le sue problematiche – non solo i problemi, ma anche le soluzioni. Il mondo, il solo reale, è fonte di conoscenza. Tutta la conoscenza viene dall’esterno: lasciata a se stessa, l’anima è una pagina bianca o, secondo l’antica metafora, una tavoletta di cera vergine su cui si imprimono immagini sensibili e intelligibili. In se stesso, l’uomo non trova nulla, se non l’hubris e la smisuratezza. La condotta della vita deve regolarsi sulla volontà degli dei, seguire il Destino, e il desiderio di sapere orientarsi verso il Reale, l’Essere.

Per tutto il pensiero greco, solo il Reale istruisce, anche se, come credeva Eraclito, è refrattario al pensiero e comprensibile solo nell’evocazione poetica del perpetuo divenire. E quando l’uomo scopre l’universo interiore dei concetti, può prenderlo sul serio (contro i sofisti) solo realizzandoli come Idee; in altre parole, collocandoli in un Mondo intelligibile dove l’anima ha dimorato prima di scendere nel corpo, per poi ritornarvi dopo la morte.

Allo stesso modo, Aristotele, mettendo l’idea nel corpo stesso – come entelechia, cioè come forma compiuta – non sa, più di Platone, immaginare un’idea o un concetto che non sia, in un certo senso, reale. Niente sarebbe più estraneo, persino incomprensibile, a un filosofo dell’antichità che la nozione moderna di concetto.

Questo realismo fondamentale costituisce quindi la base di tutto il pensiero greco antico. Ma pur riducendo il soggetto conoscente (l’intelletto passivo) a una figura pallida e inconsistente, questo pensiero non riesce a privarlo di ogni iniziativa nell’atto di conoscere. Lo scetticismo antico gli dà un po’ di importanza, interrogandosi per la prima volta, ma timidamente, sulle condizioni del consenso dato a una rappresentazione e quindi sul rapporto tra l’oggetto conosciuto e il soggetto conoscitore.

Il fatto del mondo diventa quindi il rapporto tra un soggetto e una rappresentazione. La conoscenza non è più impressione, visione, reminiscenza o intuizione diretta: diventa dipendente da un atto di giudizio. Tuttavia, lo scetticismo antico ha avuto pochi seguaci e non è andato fino in fondo al suo ragionamento.

È solo alla fine del Medioevo che il soggetto conoscitore acquista una dignità crescente. Il nominalismo dà al concetto il suo valore moderno negando il realismo degli universali. Il soggetto si arricchisce, il mondo si impoverisce: perde la sua ricchezza ontologica per diventare materia. Ma la conoscenza che posso avere del mondo diventa allora problematica, nella misura in cui prendo coscienza di me stesso come soggetto desideroso di sapere — e non più come riflesso o ricettacolo di un mondo esterno, per quanto intelligibile.

Alla certezza del fatto del Mondo si sostituisce poco a poco quella dell’evidenza prima della vita cosciente, espressa con tutta la sua forza da Cartesio nel Discorso e nelle Meditazioni.

Ora, questa supremazia nell’ordine delle evidenze si basa a sua volta su una visione non meno implicita di quella che sostiene tutta la speculazione degli antichi: quella di un mondo in cui io, coscienza limitata, conosco solo sensazioni, intuizioni, sentimenti, pensieri, di cui ignoro il rapporto con ciò che mi è esterno. Ecco tracciata la strada verso lo scetticismo soggettivo di Hume e, in ultima analisi, verso la dottrina kantiana, che riduce il mondo dell’esperienza a una costruzione dell’intelletto. Questa dottrina fa dell’oggettività delle nostre rappresentazioni una questione interna, ma il cui rapporto con il Reale diventa un enigma.

Tuttavia, si pone allora la seguente domanda: chi è colui che ha questa rappresentazione, rendendo plausibile lo scetticismo e il soggetto allo stesso tempo cieco e onnipotente? Non posso essere io stesso, in questa rappresentazione, che non posso avere conoscenza di ciò che mi supera. A meno di smettere di filosofare e tornare all’ordine del giorno della vita pratica – come fa, in un certo senso, la «filosofia del senso comune» inglese – è necessariamente un altro Io ad avere questa rappresentazione: un Io che non è altro che il Pensiero del Mondo e di me nel Mondo.

Di conseguenza, poiché il dubbio che colpisce l’oggettività dei dati della mia coscienza può nascere solo in questa rappresentazione che pensa questo Io, non può toccare questa stessa rappresentazione, cosicché il rapporto con il mondo rimane e nessun dubbio su di esso può raggiungerlo.

Mi è sembrato che ci fosse una via d’uscita, una breccia nel solipsismo in cui la filosofia della coscienza ha rinchiuso l’uomo moderno, e attraverso la quale dovrebbe essere possibile ritrovare il Mondo, capire perché esiste, come è, e conoscere il nostro posto e la nostra ragione d’essere in Lui.

È quello che ho cercato di fare nel libro Meétaphysique de la conscience. Nouveaux éléments de physique théorique (“Metafisica della coscienza – Nuovi elementi di fisica teorica“) (L’Harmattan, 2025), a cui queste poche righe vogliono servire da introduzione e invito alla lettura.

Post Scriptum sulla forma sostanziale:

Curiosamente, ma inevitabilmente, il rovescio della medaglia del soggettivismo è il materialismo. Se il pensiero è solo, è anche l’unico a decidere cosa si può pensare.

E l’unica cosa pensabile è il reale nei suoi attributi di grandezza e quantità. Quindi, il grande difetto di ogni pensiero che vuole liberarsi dal materialismo è quello di voler pensare qualcosa che sia allo stesso tempo reale e spirituale, il che è contraddittorio, perché posso pensare solo il reale. La differenza ontologica non può essere pensata: posso pensare solo un unico reale. È quindi lo “status” di questo pensiero che bisogna esaminare. Quello che ho cercato di fare in “Metafisica della Coscienza” è portare questo pensiero all’Assoluto trovandolo in me o piuttosto trovandolo in un “Io” che mi supera, pensa il Mondo e pensa me in Lui. La forma sostanziale diventa allora questo stesso Pensiero e non più un non so che di attivo nella materia. Si potrebbe assimilare all’intelletto agente nella metafisica aristotelica con la differenza che non è posto, quindi pensato, ma che lo trovo in Me così come riconosco le forme che produce nella percezione che ne ho.