Guillaume Lurson, aggregato di filosofia (titolo francese) e dottore in filosofia, è oggi conservatore del patrimonio. È autore di Ravaisson e il problema della metafisica (Hermann Philosophie, 2022).
Formatosi molto presto alla riflessione metafisica, l’autore ha trovato nelle grandi questioni astratte — l’essere, la libertà, l’anima — un accesso privilegiato ai fondamenti dei problemi umani. Segnato da Kant e poi nutrito da Platone e Plotino, ha a lungo sperimentato la tensione tra il desiderio dell’assoluto e i suoi limiti. La sua tesi dedicata a Félix Ravaisson (1813-1900) lo ha condotto a ripensare la metafisica oltre la separazione tra ontologia e teologia, cercando le mediazioni che ricollegano l’essere e lo Spirito. Egli difende uno spiritualismo secondo il quale lo Spirito attraversa tutti i gradi del reale e si manifesta secondo modalità differenti. Fedeltà allo Spirito, unità dell’essere e del pensiero, risoluzione delle questioni morali ed estetiche: tale è la posta in gioco del suo libro su Ravaisson. Infine, delinea il progetto di una rifondazione contemporanea della filosofia dell’anima, aperta all’alterità e ai contributi delle scienze umane.
- Che cosa ha suscitato il suo interesse per la metafisica?
- Quali autori hanno esercitato su di lei un’influenza duratura?
- Che cosa l’ha condotta alla scrittura di questo libro?
- Che cosa cerca di mostrare in questo libro?
- Ha incontrato difficoltà particolari? Quale bilancio trae da questo lavoro di scrittura?
- Quali problemi metafisici la interessano più profondamente?
Che cosa ha suscitato il suo interesse per la metafisica?
Direi che è stato un percorso di riflessione personale. Ho ricevuto una formazione che, già dagli anni delle classi preparatorie, era orientata in questa direzione. Ricordo corsi particolarmente stimolanti sulla Fenomenologia dello spirito o sul Discorso di metafisica: ero maggiormente attratto dalle questioni astratte riguardanti nozioni come la sostanza, la libertà, l’anima… In breve, da ciò che può essere considerato meta ta physica, cioè al di là della fisica e delle realtà sensibili. Mi sentivo meno ricettivo, ad esempio, alle questioni di filosofia politica.
Avevo l’impressione che la metafisica permettesse di andare al fondo delle cose e che, anche di fronte a problemi pratici, si giungesse sempre a una riflessione di questo tipo. Riflettere sulla Repubblica secondo Rousseau significa infatti riflettere sulla libertà, sulle condizioni del suo esercizio e della sua alienazione, sulla possibilità di una libertà della volontà, ecc. Si ritorna sempre a una questione metafisica: che cos’è questa facoltà dalla quale deduciamo la possibilità di una vita comune animata dalla giustizia?
Quali autori hanno esercitato su di lei un’influenza duratura?
Ho lavorato molto su Kant durante il mio Master, dedicandogli entrambe le tesi di ricerca: una sulle antinomie della ragione pura e l’altra sullo statuto della sensibilità nella Critica della ragion pratica. Sono rimasto affascinato non solo dal rigore della scrittura e del metodo, ma anche dalla chiarezza con cui i problemi vengono posti prima di essere risolti.
Ho trovato particolarmente giusta la maniera in cui Kant presenta la tensione in cui si trova la ragione quando affronta le questioni metafisiche. Più sotterraneamente, ho sempre amato leggere Platone e Plotino. I dialoghi di Platone sono vere avventure: non solo ha letteralmente pensato tutto, ma ha pensato il tutto nelle sue metamorfosi e articolazioni. Plotino mi ha colpito per la sua radicalità e per il modo in cui ha riflettuto tutti i gradi dell’essere nelle loro relazioni reciproche, di esclusione o di inclusione. Tuttavia, fino alla mia tesi, sono rimasto — come scrive Kant nella prefazione alla Critica della ragion pura — diviso tra un desiderio di assoluto e l’impossibilità di raggiungerlo.
Che cosa l’ha condotta alla scrittura di questo libro?
Il mio lavoro di tesi su Ravaisson e il libro che ne è seguito mi hanno permesso di approfondire questa tensione. Ravaisson, rileggendo la Metafisica di Aristotele in un momento in cui essa era dimenticata dai filosofi francesi, ha messo in luce uno scarto che rimane costitutivo di ogni impresa metafisica. Occorre distinguere la metafisica come disposizione dalla Metafisica come opera, la cui unità è problematica.
Aristotele ha pensato la metafisica come divisa tra teologia e ontologia, ma, a differenza di Heidegger, Ravaisson ritiene che tale divisione sia accidentale e non costitutiva del suo esercizio. Mi ha interessato il “problema della separazione”: pensando l’essere in quanto essere come culminante nel Primo Motore, Aristotele lo ha separato dal resto del creato. Ravaisson ritiene che l’autarchia del Primo Motore impedisca di pensare il suo dispiegamento effettivo e la sua generosità, ciò che ho chiamato la sua “prevenienza” nella mia tesi.
La riflessione metafisica deve dunque superare la separazione tra essere ed ente, tra soggetto e oggetto, e considerare le mediazioni che permettono di rapportarsi allo Spirito concepito come totalità.
Che cosa cerca di mostrare in questo libro?
Seguendo Ravaisson, la metafisica è possibile solo grazie a un metodo che rientra nello spiritualismo. Questo cerca di mostrare che lo Spirito è al tempo stesso sostanza e forza immanente presente in tutti gli enti, e che si ritrova a tutti i livelli dell’essere, dal cristallo fino all’assoluto. Non è dunque la presenza o l’assenza dello Spirito a introdurre differenze tra gli enti, ma la modalità del suo esercizio.
L’abitudine, in particolare, è un metodo che permette di scendere nei livelli più oscuri dell’essere. Il pianista che suona un brano musicale rivela un’attività al di sotto dell’intelletto, un pensiero inconscio che rende possibile una coincidenza tra essere e pensiero. Questa attività è presente in ogni cosa, ma è nell’uomo che può essere riflessa e compresa come causa e fine dell’esistenza. Ho cercato di mostrare come la fedeltà allo Spirito possa essere intesa come un modo di risolvere questioni morali, estetiche o religiose.
Ha incontrato difficoltà particolari? Quale bilancio trae da questo lavoro di scrittura?
Ho provato una grande gioia in questo lavoro. Gli anni di dottorato sono stati estremamente stimolanti e segnati da una grande libertà. Le difficoltà sono arrivate dopo, legate alla situazione attuale del mondo della ricerca: pochi posti, università in tensione finanziaria, prospettive professionali limitate.
Ho poi cambiato strada e sono diventato conservatore del patrimonio. Le questioni artistiche vengono ora affrontate non solo dal punto di vista metafisico, ma anche attraverso la conservazione preventiva, l’allestimento delle opere e la democratizzazione dell’accesso alla cultura. Rimango legato all’idea di trasmissione, e il patrimonio è un mezzo straordinario per realizzarla. Non è forse anche un modo di rendere giustizia allo Spirito, di cui la cultura è una dimensione e una manifestazione? Credo inoltre che il museo sia un terreno affascinante per la riflessione filosofica, e intendo lavorare in questa direzione nei prossimi anni.
Quali problemi metafisici la interessano più profondamente?
La questione dell’anima, in particolare, mi sembra oggi ampiamente svalutata. La sfida sarebbe forse rifondare una filosofia dell’anima, in un contesto in cui gli approcci neurologici o analitici sono prevalentemente materialisti. Senza cadere in un romanticismo reazionario, penso che si possa rendere giustizia a questa nozione, che soffre anche di un disincanto politico ed economico.
Si dice che si possa “perdere la propria anima”, e questa idea si ritrova in opere come il Faust o nelle analisi di Günther Anders sulla tecnica. Sono convinto che, al di là della semplice metafora, sia in gioco qualcosa che riguarda l’io e le relazioni con gli altri. L’etnologia contemporanea, con autori come Philippe Descola o Nastassja Martin, ha rinnovato l’approccio aprendolo ad altre culture. L’anima non è soltanto una sostanza, ma anche una potenza di apertura all’alterità. Tutto ciò resta ancora programmatico, ma spero un giorno di potervi dedicare il tempo e l’energia necessari.