Chiusura epistemica

Se la scienza non è “solo un linguaggio ben posto” (dettame provocatorio di Condillac), questa proprietà successiva è tuttavia un criterio di “scienticità”, ossia la logica rigorosa dell’espressione formale nella scienza moderna.

Nel distinguere tra pensiero e linguaggio, ci si rende conto che per il pensiero – la cui ricerca intrinseca è un oggetto – la coerenza necessaria è quindi ontologica e interiore, mentre per il linguaggio è formale ed esteriore. Addirittura, più il pensiero si apre all’essere, meno adeguato è il discorso relativo. Reciprocamente, il prezzo da pagare per l’esattezza scientifica formale è sacrificare l'”apertura all’essere”, operando la cosiddetta “chiusura epistemica del concetto”.

Ora, rinunciare all’accesso all’essenza delle cose – che è la filosofia, anzi la metafisica – a vantaggio dell'”esattezza” (un “falso” nella parola di Whitehead) richiede una motivazione. Qual è allora il fine della scienza moderna? In ultima analisi, si colloca nell’ambito pragmatico: la tecnologia o, in termini più generali, la previsione e il controllo o anche, per dirla con le parole baconiane, un tipo di sapere (!) in cui la verità e l’utilità “sono la stessa cosa”. Questa profonda disgiunzione tra la concezione della conoscenza nella scienza moderna e nella filosofia deriva dal fatto che “per un essere vivente ci sono solo due mezzi per smettere di pensare: contemplare o agire” (dice Borella).

La chiusura epistemica della scienza, a grandi linee, consiste quindi nel filtrare l’essenza – e quindi l’essere -, fino a ridurre i fenomeni a “relazioni pure”, che presto sono indipendenti dagli esseri (come i corpi sostituiti da “punti di massa” collegati). Qui ci rendiamo conto che un oggetto scientifico è esso stesso un concetto, mentre un concetto filosofico è essenzialmente transitivo, rimanendo ontologicamente aperto all’oggetto a cui conduce.

Per quanto immenso sia l’interesse scientifico della “chiusura dei concetti”, l’universo concettuale che ne risulta è solo “una libera creazione dello spirito umano” (Albert Einstein, The Evolution of Physics, Simon and Schuster, New York, 1954, p. 33) e, accanto alla scienza moderna, esiste ancora un modo di conoscere filosofico distinto. Infatti, la chiusura epistemica è invisibile al punto di vista scientifico – la cui autonomia riguarda solo l’ambito pragmatico -, mentre il filosofo sa che qualsiasi chiusura può avvenire solo in un campo speculativo più ampio, e che la metafisica definisce il campo speculativo più generale possibile. Questo è ciò che differenzia le scienze moderne da quelle pre-galileiane, le quali sono rimaste aperte alla scienza generale, che è la filosofia, e che per loro è normativa.

Applicazione alla scienza (moderna)

Se l’obiettivo di Borella è quello di difendere l’apertura del concetto filosofico e di evitare che la filosofia si riduca a un osservatore della scienza moderna, la “chiusura epistemica del concetto” fornisce una base per una teoria della scienza.

È chiaro che solo nel caso della matematica pura la chiusura epistemica può essere totalmente raggiunta. Lì, “non sappiamo mai di cosa stiamo parlando o se ciò che stiamo dicendo è vero” (Bertrand Russell). In fisica, invece, la chiusura epistemica non può mai essere completa, se non quella relativa all’universo oggetto-concetto, ma un modello matematico – o un “corpo ausiliario di teoria” – non costituisce una teoria fisica.

In effetti, la fisica galileiana era ben lungi dall’essere epistemicamente chiusa e la relatività einsteiniana ha rigorosamente dimostrato l’errore. Questo perché “la teoria della relatività ha fatto il primo serio tentativo di insistere nel trattare i fatti stessi”, dice Eddington; ma bisogna accertare quali siano i fatti concreti dell’osservazione.1

Tuttavia, i fatti di osservazione devono essere concepiti in relazione alla teoria fisica e non possono essere “duri” (cioè scientificamente rigorosi); “duro” è piuttosto il modus operandi con cui l’universo oggettuale-concettuale è collegato al regno empirico.

Ora, non esiste una fisica matematica, ma si assiste nel tempo a una fisica che passa attraverso livelli di chiusura progressivamente più elevati, la cui fase attuale mostra un grado eccessivo di formalizzazione e una correlativa perdita di contenuto empirico (cfr. The Wisdom of Ancient Cosmology, The Foundation for Traditional Studies, Oakton, Virginia, 2003, pp.211-215). Man mano che la fisica teorica produce in abbondanza “molti mondi” e teorie delle superstringhe, si avvicina al limite della completa chiusura epistemica e la “teoria del tutto” diventa piuttosto una teoria del nulla. In effetti, “il concetto di sostanza è scomparso dalla fisica fondamentale”, affermava Eddington già nel 1938 (nelle sue Tarner Lectures); l’universo fisico non viene scoperto ma costruito dal modus operandi della fisica: la matematica, che “non c’è finché non ce la mettiamo noi”.

Tuttavia, la cosiddetta formalizzazione completa della fisica di Eddington (senza sostanza, senza descrizione dell’universo reale, ma semplicemente con una struttura matematica definita in termini operativi) ha tralasciato qualcosa, la chiusura epistemica non è stata raggiunta (ad esempio, la costante di struttura fine doveva essere 1/137, mentre le ultime misurazioni hanno dimostrato che è inferiore di 3 centesimi di punto percentuale, una discrepanza fatale per la teoria di Eddington).

Questo significa che, a rigore, la scienza non potrà mai essere scientifica, la chiusura epistemica non potrà mai essere completa, il che tuttavia è ciò che garantisce la creatività (intuizione dal campo speculativo esterno) o la già citata “libera creazione dello spirito umano”.

Ora, arrivando alla matematica pura, nemmeno la sua chiusura epistemica è completa. Il suo “rigore perfetto” non è infine pienamente raggiunto, eppure questo limite è stato dimostrato con perfetto rigore da Gödel (cfr. il suo famoso Teorema di Incompletezza del 1931). Quindi, se nemmeno la matematica pura può essere “formalizzata senza residui”, che dire della fisica!

La contraddizione dello scientismo

Poiché la sostanza non può essere definita in termini scientifici, è illegittimo attribuirla a un universo di oggetti-concetti scientifici, come fa lo scientismo, denunciato da Whitehead come “la fallacia della concretezza fuori luogo” (Science and the Modern World, Macmillan, New York, 1967, pp.51-55).

In effetti, in base alla sua stessa logica, la scienza moderna (quella post-galileiana) esclude la sostanza dalla sua chiusura epistemica, ma tuttavia reifica l’universo, il che costituisce un’incoerenza – e piuttosto una schizofrenia – non solo nella psiche degli scienziati, ma in quella collettiva della società occidentale contemporanea 2. Siamo quindi impegnati in due visioni del mondo contraddittorie: quella in cui l’erba è verde e quella in cui non lo è, quella in cui i corpi sono solidi e quella in cui sono aggregati atomici, che portano a condizioni veramente patologiche, veramente schizoidi.

Se questa contraddizione è riscontrabile negli uomini “medi” – e come negarlo -, cosa potrebbe spiegare che la vediamo nella maggior parte degli scienziati, anche di primo livello? Questo perché l’uomo è fatto per conoscere la verità, l’essere e persino l’Essere (Dio); quindi, quando si affrontano questioni positivistiche all’interno di una chiusura epistemica, i migliori scienziati non possono astenersi dal tirare in ballo, a loro insaputa, l’essere o qualsiasi altro sostituto (lo scientismo ha altre connotazioni legittime rispetto alla reificazione dell’universo, ma tutte logicamente distinte: la biforcazione cartesiana (posizione vista in Eddington), il darwinismo/evoluzionismo (visto anche nella “teologia del processo” di Whitehead), il naturalismo (una forma eziologica di scientismo), o la sua versione epistemologica epitomata nel vanto di Bertrand Russell: “Ciò che la scienza non può dirci, l’uomo non può sapere”)), che comunque si riferisce al campo speculativo esterno negato, al di là del cerchio epistemico che definisce propriamente la loro scienza (ciò significa che la “contraddizione” della scienza moderna non può mai essere vista (con)in una particolare – la cui giustificazione estrinseca è garantita dalla sua validità operativa -, ma solo quando si persegue filosoficamente (e consapevolmente) la ricerca delle cose (o dell’oggetto, o della sostanza, o dell’essere), come l’intelligenza è intrinsecamente orientata a fare)). È questa contraddizione inconscia che fa lo scientismo, è questo scisma che è alla base della schizofrenia.

Ovviamente, non esiste un compito di separazione della verità scientifica dalla falsità scientista, nemmeno nelle nostre università. Questo perché lo scientismo appartiene all’ideologia della scienza – una sorta di nuova religione, o meglio contro-religione -, e perché la scienza non riesce a spiegare la sua inclinazione verso la scientificità, né a cogliere la fonte della propria creatività.

Che cosa ispira dunque questa passione egemonica e dilagante per la scientificità? Il fascino della tecnologia, la promessa di utilità baconiana non possono spiegare tutto questo. Potrebbe essere all’opera qualcosa di satanico, in fase con tale scisma e come indica l’etimologia di diabolos? (Mentre “interezza” si collega a “santità”).  Per questo Padre Pio potrebbe dire che “la scienza è la bibbia dell’Anticristo”, come indica la stretta opposizione tra “l’apertura speculativa del concetto filosofico” e la “chiusura epistemica del concetto” scientifico. Potremmo addirittura dire, visto che né l’Oriente né il mondo musulmano hanno prodotto la scienza nel suo senso moderno, che solo una civiltà post-cristiana – anticristiana, dovremmo dire – avrebbe potuto dare vita al suo esatto contrario, una scienza culturale moderna priva di autentica filosofia!

Applicazione alla fisica quantistica contemporanea

Tornando all’universo dei concetti-oggetto della fisica quantistica contemporanea, la prima domanda da porsi è se le particelle siano esse stesse concetti-oggetto o entità reali di qualche tipo. Sebbene si tratti di un formalismo matematico che rappresenta le particelle quantistiche e i loro aggregati (ad esempio un vettore di stato in uno spazio di Hilbert), esso viene interpretato operativamente in termini di procedura empirica. Il fisico sperimentale traduce le affermazioni matematiche del teorico in termini operativi.

Si ha la sensazione che le particelle concettualmente misurate abbiano una certa realtà oggettiva, ma questo aspetto non è scientificamente significativo. Come sottolinea Eddington: “chi associa al risultato un’immagine mentale di una qualche entità che si diverte in un regno metafisico dell’esistenza lo fa a suo rischio e pericolo; la fisica non può accettare alcuna responsabilità per questo abbellimento” 3. I criteri di scientificità escludono qualsiasi idea di sostanza (o di essere sostanziale), anche se nessun Copenaghenista aderirebbe pienamente al dettame di Niels Bohr: “non esiste un mondo quantistico; esiste solo una descrizione quantistica”.

Allora, come concepire le particelle come entità e come convalidare tale interpretazione? Non ci può essere alcuna soluzione all’interno del cerchio epistemico. C’è un solo modo: fare appello a “quella scienza generale che è la filosofia” (Borella), che non è soggetta alle condizioni di scientificità. Il “rigore” all’interno del cerchio scientifico è allora sostituito da un atto contemplativo di visione; l’atto discorsivo o mentale è sostituito da un atto autenticamente intellettivo – capace di trascendere la scientificità senza cadere nella fantasia o nell’illusione.

Eppure, ciò che misuriamo non sono le cose (siano esse particelle o onde), ma piuttosto una distribuzione matematica di probabilità. Come si può allora concepire la probabilità in termini realistici? Heisenberg ha dato un indizio notando che la funzione d’onda di Schrödinger, interpretata alla Born come onda di probabilità, costituisce “una versione quantitativa del vecchio concetto di potentia della filosofia aristotelica” 4. Inoltre, la probabilità è una potentia nei due sensi latini di un potenziale “in attesa” di essere attualizzato (una mera possibilità) e di una certa capacità o potere di raggiungere tale attualizzazione. In quanto tale, la probabilità può essere reale ed esistere, ontologicamente, in relazione al mondo corporeo. Bisogna notare che questa concezione ontologica delle probabilità come potentiae non si riduce alla loro definizione operativa, così come il concetto ontologico di distanza, per esempio, non si riduce a una procedura di misurazione delle distanze. Il concetto di grandezza reale precede il modus operandi della sua misurazione!

Ciò significa che il formalismo matematico della fisica ha, oltre al suo significato operativo, un significato ontologico. Il simbolismo matematico deve implicare un referente oggettivo per sviluppare il suo senso pragmatico. Verità e utilità non sono “qui la stessa cosa”! La verità ha il primato sull’utilità, come la causa sull’effetto.

Per questo la descrizione quantistica deve avere un referente oggettivo, anche se si colloca al di fuori del cerchio epistemico, dell’universo fisico stesso.

Il significato ontologico della descrizione quantistica è illustrato in modo illuminante dal cosiddetto “collasso del vettore di stato”, che si verifica al momento della misurazione. Quando una particella entra nello spazio di misura dello strumento, senza alcuna ragione fisica viene violata la traiettoria di Schrödinger (o viene reinizializzata, dicono i fisici) (questo processo di misurazione sarebbe più accuratamente descritto nel linguaggio delle probabilità. Si parlerebbe allora di incorporazione, non di una particella, ma di “informazione”, che, da un punto di vista ontologico, equivale alla stessa cosa. Si veda Roy Frieden, Physics from Fisher Information, pp. 63-111.)). Che cosa succede? Mentre lo strumento è, per forza di cose, corporeo, la particella, dal suo dominio fisico, diventa parte effettiva di questa entità corporea. Vi partecipa nella sua forma sostanziale. Ovviamente, questo va oltre le vedute dei fisici ma, tuttavia, il significato del collasso del vettore di stato si rivela ontologico, la “discontinuità inspiegabile” tradisce la corporeità (dello strumento di misura).

Anche se la teoria quantistica non comporta ovviamente un’ontologia completa, essa punta inequivocabilmente oltre il dominio fisico a quello corporeo, in virtù di strumenti di rilevazione e di misura necessariamente percepibili. Inoltre, la teoria quantistica fornisce una chiave per una comprensione ontologica del dominio fisico stesso. L’universo fisico, intrinsecamente transitivo, indica qualcosa che non è fisico. Anche se privo di sostanza, deve riferirsi a un regno in cui la sostanza si trova. Si potrebbe dire che la fisica ha la natura di un segno, che è un’entità semantica, semanticamente orientata al corporeo. Se la fisica è effettivamente la scienza della misurazione (quella di Lord Kelvin), la fisica in quanto tale rivela precisamente la sua natura (lungi dall’essere riducibile alla sola probabilità, ma essere “piena” potentia) in un atto di misurazione non fisico.

È una tragedia che i fisici, a causa della chiusura epistemica, non riescano a comprendere il mondo fisico stesso; così parlano di “stranezza quantistica” o di “paradosso quantistico”, e possono persino confermare che “nessuno capisce la meccanica quantistica” (Richard Feynman), o addirittura che si è trasformata in “una specie di canto mistico su un universo incomprensibile”. È un peccato che il criterio di scientificità impedisca ai fisici moderni di cogliere il vero significato dei quanti, mentre tale impasse non si verifica mai nella scienza tradizionale, dove la chiusura è solo strumentale e mai assoluta.

Fortunatamente, la nozione di chiusura epistemica del professor Borella non solo fornisce una chiave per comprendere la natura e la portata della scienza moderna, ma può anche provocare una vera e propria metanoia, riaprendo, al di là del sapere illusorio contemporaneo – una strana specie di mezzo sapere -, un percorso verso un sapere autentico.

Note

  1. The Philosophy of Physical Science, Cambridge University Press, 1949, p. 32.[]
  2. L’influenza della scienza sulla cultura moderna è evidente, come ha osservato Theodore Roszak: “ben presto lo stile mentale iniziato con lo scienziato naturale viene ripreso da imitatori in tutta la cultura”; Where the Wasteland Ends, Doubleday, Garden City, NY, 1973, p.31.[]
  3. op.cit., p.71.[]
  4. Physics and Philosophy, Harper & Row, N.Y., 1958, p.41.[]