Il tempo è lineare, ciclico oppure aperto all’eternità? Dall’India antica al pensiero contemporaneo, passando attraverso le grandi tradizioni religiose, la filosofia e le scienze, quest’opera offre un vasto panorama delle dottrine del tempo e dei cicli cosmici, in particolare della dottrina indù delle Quattro Età.
La sua ambizione, tuttavia, è soprattutto metafisica: andare oltre le rappresentazioni cosmologiche del divenire per interrogarne il significato, la portata universale e i limiti. Il mondo è realmente avviato verso un declino spirituale? Come interpretare i «segni dei tempi»? E, soprattutto, la conoscenza dei cicli è necessaria alla realizzazione spirituale?
Attraverso le loro analisi e un dialogo conclusivo che mette a confronto le rispettive prospettive, Bruno Bérard e Aldo La Fata invitano a distinguere cosmologia, storia e metafisica, senza perdere di vista l’essenziale: la possibilità, per l’uomo, di accedere all’intemporale nel cuore stesso del tempo.
Con una postfazione di Jean-Pierre Brach.
Sommario
Introduzione – Problematica generale
Introduzione – Punto di vista e prospettive
PARTE PRIMA. Storia e tipologia delle dottrine tradizionali dell’Antichità
Capitolo I – Le cicologie degli antichi
Capitolo II – Le cicologie religiose
PARTE SECONDA. La rinascita della concezione ciclica nella storia europea
Capitolo III – Cicologie nel Medioevo
Capitolo IV – Cicologie nel Rinascimento
Capitolo V – Cicologie nell’epoca moderna
Capitolo VI – Cicologie nel XX secolo
Capitolo VII – Conclusioni sulle cicologie
PARTE TERZA. Le prospettive scientifiche sui cicli e sul tempo
Capitolo VIII – I cicli nelle scienze naturali
Capitolo IX – I cicli nelle altre scienze
Capitolo X – Il tempo nelle scienze fisiche
Capitolo XI – Il tempo nella filosofia
PARTE QUARTA. Metafisica della cicologia
Capitolo XII – Sul declino del mondo
Capitolo XIII – Sull’interpretazione del mondo
Capitolo XIV – Verso un’antropologia dei cicli
Capitolo XV – Profetismo ed escatologia
Capitolo XVI – Sui segni dei tempi
DIALOGO CONCLUSIVO
POSTFAZIONE DI JEAN-PIERRE BRACH
Bibliografia essenziale
Indice dei nomi
Indice dettagliato
Estratto
Detto altrimenti, mentre la dottrina delle Quattro Età rimane ciclica, cosmica, continua e impersonale, Spengler storicizza la ciclicità trasformandola in una morfologia delle civiltà; Georgel prolunga questa impostazione riducendo il profetismo a un pessimismo della decadenza. Barbault, attraverso le grandi congiunzioni planetarie, oggettiva i cicli e conferisce maggiore densità al tempo storico, con il rischio di un determinismo. Al contrario, Le Cour conferisce al ciclo una dimensione escatologica: l’Età dell’Acquario tende a diventare una sorta di quasi-salvezza. Phaure si spinge ancora oltre, trasformando le condizioni cosmiche in una cronologia sacra, da Adamo alla Parusia, strutturata da un’impalcatura astronomico-numerologica, con il rischio di un calendario sacro. Bolton si inserisce nella medesima tentazione, cercando di far convergere la fine del ciclo con la «fine dei tempi».
Teilhard de Chardin, da parte sua, sostituisce al ciclo una freccia: la storia è orientata verso un compimento (Punto Omega). Rudhyar, su un altro piano, interiorizza la ciclicità e la trasforma in uno schema di maturazione e di evoluzione della coscienza. Auclair rappresenta, dal canto suo, il caso limite: ogni ciclicità è subordinata all’escatologia cristiana e ricondotta alla preghiera, alla grazia e all’abbandono. Panunzio, infine, accentua il carattere drammatico della fine, interpretando la modernità come una fase terminale orientata verso una conclusione teologico-storica, mentre Fulcanelli traspone la crisi della fine di un’epoca sul piano ermetico: non fine dei tempi, ma trasmutazione.
Così, in tutti questi casi, il ciclo cessa di essere strettamente impersonale — storicizzato, finalizzato, escatologizzato o interiorizzato — proprio ciò che Guénon rifiutava: confondere la cosmologia del mondo con la questione, di tutt’altro ordine, della salvezza.
Occorre dunque ritornare alla dottrina delle Quattro Età, così come si presenta originariamente, e riconoscere che il suo profetismo intrinseco le conferisce indubbiamente una portata teologica e spirituale. Di fatto:
- Il mondo non viene mai abbandonato dal Principio.
- La grazia (o influenza spirituale) si adegua alle capacità umane.
- La realizzazione spirituale non è resa impossibile dalla decadenza, ma viene ricondotta all’essenziale.
Ciò permette di evitare ogni fatalismo ciclico («tutto è perduto»), ogni progressismo spirituale («il futuro ci salverà») e ogni millenarismo cosmico («una nuova età porterà automaticamente la salvezza»).
Concluderemo affermando che il profetismo ci sembra costituire l’unico punto comune tra la prospettiva metafisica e la cicologia, in particolare quella della dottrina delle Quattro Età. Naturalmente, si potrebbe essere tentati di aggiungere che, in ambito cristiano, tale dottrina non apporta direttamente nulla. Al suo profetismo mancherà sempre, intrinsecamente, un’escatologia collettiva, uno svelamento ultimo.
(Estratto dal capitolo XV: Profetismo ed escatologia)
Epitome
Il tempo è una linea, un cerchio o una spirale? La storia umana segue un progresso continuo, una successione di cicli oppure un’inesorabile decadenza?
Dalle tradizioni antiche alle dottrine contemporanee, dall’Oriente all’Occidente, quest’opera offre un vasto panorama delle concezioni cicliche del tempo, confrontate con le prospettive scientifiche e filosofiche moderne.
Ma, al di là delle dottrine cicologiche, rimane una questione fondamentale: che cosa possono insegnarci i cicli del mondo sulla realtà ultima e sul destino spirituale dell’uomo?
Tra storia delle idee, cosmologia e metafisica, Bruno Bérard e Aldo La Fata invitano a distinguere le rappresentazioni del divenire dalla conoscenza metafisica propriamente detta.
Con una postfazione di Jean-Pierre Brach, che chiarisce i rapporti tra tempo, cosmologia e metafisica.